Si è svolto nei primi tre giorni di giugno 2017 il XV Convengo Liturgico Internazionale di Bose: “Abitare / Celebrare / Trasformare. Processi partecipativi tra liturgia e architettura”. Una tematica di particolare complessità ma proprio per questo capace di rivolgersi allo spazio di culto nella sua interezza, nel suo processo di continuo divenire, proiettato verso un’alterità inarrivabile. Che non è stata solamente indagata nei diversi interventi, ma più propriamente vissuta, grazie all’attivazione del laboratorio giovani del Convegno Liturgico, il “CLI lab”.

A differenza delle edizioni precedenti, l’attenzione non si è focalizzata su specifici elementi architettonici, ma su quel che genera lo spazio per la liturgia e per conseguenza sul senso di questo nel contesto della cultura contemporanea. In apertura l’intervento del fondatore della Comunità monastica di Bose, Enzo Bianchi (vedi il link a pie’ di pagina), ha messo a fuoco l’argomento, da un lato ricordando i grandi processi trasformativi che hanno attraversato la Chiesa nel corso della sua storia e che – lo ha rilevato con enfasi il teologo Dario Vitali nella presentazione successiva – si sono sempre espressi nell’organizzazione degli edifici che le comunità cristiane hanno approntato per i propri riti, tanto che la storia della Chiesa si manifesta perfettamente negli edifici che ha lasciati nello scorrere del tempo.

I partecipanti al Convegno del 1-3 giungo 2017.

Poiché il tema della soglia è fondante per la chiesa – si potrebbe dire che essa si costituisca come un insieme di soglie che dall’ambiente profano ritmano la progressione verso il luogo ove convergono l’umano e il divino – nel richiamare l’evoluzione della Chiesa e il cambiamento nella cultura negli ultimi sessant’anni, Enzo Bianchi ha evocato l’atteggiamento di coloro che sulla soglia esitano. I “cristiani della soglia” negli anni Cinquanta del ‘900 pur se non si sentivano partecipi della vita ecclesiale, desideravano mostrarsi vicini a essa e far vedere che varcavano l’ingresso; mentre oggi chi sta sulla soglia non ha alcun desiderio di apparire coinvolto nei riti, per quanto nell’intimo si concepisca come partecipe della cultura cristiana, assunta come fattore identitario. In questa luce, Enzo Bianchi ha criticato l’idea di “sacralità” intesa come qualità spaziale comune a diverse culture, per evidenziare invece la specificità della visione cristiana – come del pari la specificità dei riti che appartengono a altre religioni.

Il tema è stato ripreso nel secondo giorno del convegno da Luigi Bartolomei, che ha mostrato come la necessità del sacro formi parte essenziale dell’essere umano, sin dalle età più remote: ma sia portato a compimento solo e proprio nella vita della comunità cristiana.

Micol Forti e Luigi Bartolomei, 2 giungo 2017.

Ci si è quindi trovati di fronte a una molteplice dinamicità: quella intrinseca ai cambiamenti intervenuti nella storia dell’essere umano a fronte del tema del sacro; quella propria del cammino della Chiesa e delle sue chiese; quella insita nella progressione di soglie che attraversano lo spazi per il culto rievocando le tappe che ogni singolo conosce nella propria vita…

Come dunque rappresentare nella casa comune dei nostri giorni la comunità cristiana, per natura vocata a una tensione dinamica, dati i limiti tipici dell’architettura, che è inevitabilmente statica?

Tale tematica, sottesa nei vari momenti del Convegno, è stata in parte affrontata dai giovani del CLI Lab, che dal marzo scorso hanno fatto “rete” per cercare di indagare le modalità possibili per individuare, conoscere ed esplorare della chiesa gli aspetti dinamici e partecipativi. A partire dal modo in cui essa è concepita e ripensata, attraverso le documentazioni disponibili ai progettisti.

I partecipanti al Convegno. In primo piano Andrea Longhi, coordinatore di uno dei tre gruppi di studio del CLI Lab; alla sua destra il liturgista Angelo Lameri.

Queste sono principalmente di carattere fotografico e, tipicamente, tendono a mostrare le architetture nella loro purezza, astratta dall’atto dell’abitare: ovvero prive di persone. Un fatto, questo, inteso a soddisfare l’arte del progettare come gesto artistico, svincolato dalle sue finalità pratiche. Esso risulta pertanto particolarmente difettivo nel caso della chiesa, poiché questa non nasce come oggetto da abitare, bensì come abito da ubicare e rappresentare: la chiesa non è anzitutto edificio, ma è anzitutto la comunità di persone, ben prima che luogo fisico esterno ad esse. Una via di indagine ha quindi preso in considerazione una serie di fotografie di chiese abitate e celebrate, tramite queste evidenziando del luogo il senso nel momento in cui ospita la comunità, non nel momento in cui la rimemora riproponendosi come aperto all’accoglienza.

Un’occasione di particolare riflessione sul senso trasformativo degli spazi – e sul modo in cui la comunità possa partecipare a tali trasformazioni, cogliendole come occasioni di riappropriazione dei medesimi – è stata fornita da Aaron Werbick e da Gerald Klahr, che hanno mostrato come nel corso di una decina di anni, nella chiesa di St. Martin a Stoccarda, usando assemblaggi di assi lignee, hanno proposto una serie di interventi di valore scenografico e interpretativo, atti a stabilire nello spazio della chiesa, nuovi percorsi di avvicinamento e di raccordo tra edificio di culto e città. Nella preparazione di tali apparati di valore scenografico è stata attivamente coinvolta la comunità, sia al momento della concezione degli interventi che si sono succeduti nel tempo, sia al momento della loro attuazione.

Questa modalità di attivamente ripensare e ridisegnare lo spazio della chiesa è stato assunto come occasione di ripensamento dai ragazzi del CLI Lab, che sulla base della pianta della chiesa di St. Martin hanno formulato una serie di proposte secondo la progressione espressa da questi termini, qualificanti per lo spazio della chiesa: Separazione  –  Coinvolgimento  –  Cammino  –  Scoperta

In questo modo si è individuata una successione spazialmente definibile e quindi produttiva di idee per la progettazione dello spazio per il culto. Perché è evidente che raggiungere una condivisa chiarezza concettuale sui luoghi e sul loro senso deve precedere qualsiasi atto di progettazione o di riprogettazione dello spazio per il culto.

Il gioco di elaborazione degli spazi della chiesa, attivato nelle successive elaborazioni a Stoccarda, è stato prima riconsiderato nel CLI Lab, nei mesi precedenti il Convegno, e quindi riproposto in forma di sondaggio ai partecipanti al Convegno, che nella stragrande maggioranza sono progettisti da tempo interessati al tema della chiesa.

È interessante osservare quali differenze sono emerse, tra le risposte formulate dai giovani del CLI Lab e quelle date dai partecipanti al convegno.

Quale espressione del tema “Separazione”, i giovani del CLI Lab hanno individuato i muri perimetrali della chiesa e il limite del presbiterio;

i partecipanti al convegno hanno invece in prevalenza indicato il sagrato e la zona filtro di accesso (la “soglia” principale della chiesa).

Quale espressione del tema “Coinvolgimento” i giovani del CLI Lab hanno indicato l’assemblea;

in questo si sono mostrati concordi i partecipanti al convegno, che tuttavia hanno aggiunto il sagrato.

Quale espressione del tema “Cammino” i giovani del CLI Lab hanno indicato la soglia;

mentre i partecipanti al convegno hanno indicato l’aula, la navata.

E infine quale espressione del tema “Scoperta” i giovani del CLI Lab hanno parlato di ambiente urbano, nel cui contesto la chiesa è evidentemente vista come momento capace di esercitare attrazione;

invece i partecipanti al convegno hanno indicato lo spazio interno della chiesa e il campanile, quale elemento emergente e distintivo nel contesto urbano.

Tali differenze non sono state commentate nell’ambito del convegno, ma si prestano a molteplici considerazioni.

Risulta significativo che per giovani nati e cresciuti dopo il Vaticano II la “separazione” sia individuata nello spazio del presbiterio, cosa che di per sé avrebbe forse potuto essere superata dalla riforma liturgica, che pone l’assemblea celebrante come momento fondante del rito e mira a evitare l’appropriazione del centro della celebrazione eucaristica a opera del presbitero. Su quella tematica invece i partecipanti al convegno si sono dimostrati consapevoli della funzione di soglia e di progressione di soglie (ovvero di separazione e di superamento della separazione) che si attiva nel passaggio tra mondo e chiesa, tra ciò che è profano e lo spazio dedicato al culto.

Rilevante anche il fatto che sul tema del “coinvolgimento”, inteso, sia dai giovani del CLI Lab, sia dai partecipanti al convegno, quale assemblea, ovvero quale luogo considerato come insieme di persone riunite nel nome di Cristo, i partecipanti al convegno abbiano aggiunto il sagrato: che è luogo in cui la chiesa incontra la città e pertanto può esercitare un ruolo di attiva comunicazione con coloro che stanno al di fuori della chiesa stessa, con loro dialogando, invitando, accogliendo, annunciando.

La differenza riscontrata nel concetto di “cammino”, individuato dai giovani del CLI Lab nella soglia, indica che dal loro punto di vista il passo rilevante è quello che si compie nell’entrare nella chiesa. Nei partecipanti al convegno risulta invece chiaro che l’essere nella chiesa di per sé non è un punto di arrivo, bensì un momento di partenza: un cammino che continua nella protensione verso l’alterità; un cammino destinato a rimanere in itinere su questa terra.

Rilevante è pure l’associazione tra il concetto di “scoperta” e quello di collocazione della chiesa nell’ambiente urbano: come se per i giovani del CLI Lab la chiesa fosse vista “da fuori” e si costituisca pertanto come architettura che si pone quale elemento di novità, per il quale è stato usato l’aggettivo “seducente” (tralasciando le connotazioni negative proprie dell’etimo).

Anche in questo caso la percezione dei partecipanti al convengo appare divergente, poiché si riferisce allo spazio interno che, quale luogo trasformativo delle persone è quello che invita alla “scoperta” fondamentale: quella dell’unione tra l’umano e il divino; mentre al campanile, e non tanto alla forma architettonica, è lasciato il ruolo di annunciare la presenza della chiesa nello sazio urbano.

La vera scoperta comunque, il vero passo in avanti compiuto dai giovani del CLI Lab, è stato quello di ritrovarsi comunità, come è stato evidenziato da chi ha riassunto il senso dell’esperienza da loro compiuta sinora: ovvero di sentirsi essi stessi chiesa in quanto partecipi del processo di ripensamento collaborativo.

Insomma, il processo di esplorazione delle architetture e dei luoghi liturgici e architettonici ha portato a riscoprire che la chiesa è composta anzitutto da persone.

A loro sta di attivarsi per compiere quelle progettazioni – sia del nuovo, sia attinenti alla trasformazione di spazi esistenti – che siano coerenti con la missione evangelica e che pertanto siano partecipate e non frutto di una singola sensibilità o desiderio, che magari prevarica su quello altrui.

La partecipazione alla fine risulta essere il vero nome del progettare per la chiesa nel XXI secolo: non la forma, non la tecnica, non l’abilità.

Da sinistra: Mario Cucinella, il monaco di Bose e liturgista Goffredo Boselli, Carlo Ratti.

E sul tema della partecipazione hanno insistito i due relatori che hanno concluso il convegno: gli architetti Mario Cucinella e Carlo Ratti, entrambi impegnati in progetti di alta tecnologia. Questi necessitano non solo del coinvolgimento di molteplici specialisti in lavori di gruppo che consentano di ottenere edifici capaci di posarsi nell’ambiente senza incidervi negativamente, anzi migliorandolo; ma anche di un ampio dialogo previo con le comunità cui il progetto è destinato.

Il XV Convegno Liturgico Internazionale di Bose insomma, sussumendo la messe di dati ed elaborazioni presentate negli eventi precedenti, sta aprendo un nuovo commino: quello della preparazione al progetto, e della qualificazione di chi è chiamato a parteciparvi dalle più diverse posizioni, committente, artista, artefice, tecnologo, architetto…

È finito il tempo in cui la ricerca scientifica veniva condotta da un singolo, oggi vi sono solo gruppi di ricerca, e questo vale anche per la progettazione: che si fondi su una comunità operante. Ma forse anche tempo addietro si faceva così: nel medio evo, quando le chiese non erano firmate da archistar, ma compiute con la partecipazione di tanti e quindi propriamente espressive del luogo in cui nascevano, della sua cultura, della sua umanità.

Il discorso introduttivo di Enzo Bianchi, riportato in parte da “Avvenire” 1/6/2017:

https://www.avvenire.it/agora/pagine/enzo-bianchi-chiese

Due articoli sul Convegno sono apparsi su “Avvenire” il 3 e 4 giungo 2017.

Il programma del Convegno:

Download (PDF, 779KB)

 

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