Tre capitoli dopo, torno sull’argomento chiesa. Mi dovrò infatti, a breve, esprimere laicamente sull’opportunità, tutta urbanistica, di una nuova chiesa cattolica in un’importante Diocesi del centro Italia.

Ha senso oggi, nelle nostre città, dove le chiese di ogni tempo sono numerose e i fedeli praticanti sempre meno, pensare ancora a importanti edifici per il culto? E cosa deve esprimere un tale edificio nella città contemporanea?

Il senso sta tutto là dove l’individuo e la comunità percepiscono al suo cospetto di essere alla presenza di qualcosa di importante, di sacro appunto. Il sacro attrae e incute stupore, soggezione, meraviglia e devozione. Fa riflettere sulla fragilità e la caducità umana del singolo e sulla potenza della comunità ospitante.

La chiesa non è solo un luogo di culto, ma anche un luogo identitario di aggregazione.

Dal punto di vista urbanistico l’architettura di una nuova chiesa deve essere capace di stabilire un baricentro urbano in grado di inserirsi nell’impianto del quartiere a cui appartiene, ma al contempo porsi sul territorio, non tanto come luogo protetto, ma piuttosto come ricerca di immunità dallo spazio della città quasi sempre troppo distante dalla complessità della natura e dei suoi cicli.

L’architettura di una chiesa deve proporsi nel territorio come punto di riferimento orizzontale e verticale. La sua forma ha a che fare con la trascendenza, deve portarci dentro e indicarci una strada, e dentro dobbiamo stare bene. Non è solo un problema di forma e di materiali, è un problema di comunicare certezze mediante emozioni antiche -la luce naturale, espressione dell’eterno e del mutevole- e proporzioni auree che esistono in natura e sono già dentro di noi.

L’edificio chiesa deve confrontarsi con l’abitato circostante, col suo territorio in modo diretto, senza mediazioni. La chiesa è elemento urbano portatore di contenuti ecologici, sociali e culturali. Una auspicabile e necessaria confidenza col luogo porterà a un suo misurato, ma fattivo utilizzo nella vita della comunità e dei cittadini anche oltre il culto. Un luogo nella città di riflessione sull’abitare la città.

In tale contesto l’edificio non può non possedere uno spazio esterno pertinenziale e riconoscibile: la piazza, il sagrato, il giardino dei gentili. Uno spazio di tutti, aperto e pubblico dove il mondo laico e quello del culto si incontrano e si raccontano.

Inoltre un luogo di culto e di ricerca non può non dialogare con la nostra contemporaneità, non può essere luogo di evasione neppure formale, ma riferimento e occasione per nuovi comportamenti all’interno della città contemporanea. Un edificio dove l’economia formale diventi la cifra per aumentare la necessaria tensione tra luce, forme e materiali.

L’arte del progetto

Progettare con chi. La chiesa è da intendersi come unità di corpo e di spirito, un organismo con un solo cuore e una sola anima, quelli della comunità credente che rappresenta. L’edificio di culto che ospita deve comunicare in termini architettonici questa identità unificante e pertanto la sua comunità deve partecipare al processo, non come progettista, e non solo come fruitore, bensì come protagonista.

Progettare come. Lontano da autocelebrazioni, la chiesa deve in realtà poter educare, fare in modo che il suo spazio, la sua forma si trasformino in luogo di fede, ma anche di cultura consapevole dove la partecipazione al rito del suo spazio sia anche performante al modo di essere e di coltivare i principi della condivisione e dell’amore, emancipando la gente verso un modo più felice e più responsabile nei confronti del prossimo, dell’altro, della terra che ci ospita, del bello, dove bello è sostenibilità sociale, comfort abitativo e qualità edilizia, efficienza energetica, cura dell’ambiente.

Il progetto deve garantire alla chiesa una totale autosufficienza energetica garantendo emissioni zero, un efficace raffrescamento e ricambio d’aria naturali e un bassissimo intervento meccanico per il riscaldamento invernale portato a costi zero mediante un apporto energetico passivo.

Minimalismo simbolico medievale

In linea di principio, dal punto di vista formale, mi è più facile pensare a una chiesa contemporanea mediante la rilettura del minimalismo simbolico medievale, ripreso in chiave contemporanea nella lettura non solo delle simbologie ermetiche classiche dei rapporti aurei e delle onde di forma, ma anche nell’indicazione della gerarchia funzionale al rito. È l’unico modo per me ora di pensare a uno spazio contemplativo, privo di ornamenti se non quelli della superficie dei materiali, della luce che li fa vibrare, dove il silenzio è il rumore dell’estasi e l’estetica è generata dalla vertigine tra i vuoti e i pieni.

Rigoroso il percorso che dal giardino dei gentili (la piazza pubblica) o dal sagrato entra nella chiesa attraverso il portale e una porta massiccia, a significare il percorso impegnativo verso la trasformazione. L’aula ha due diversi approfondimenti: il primo disimpegna — verso un percorso di fede anche penitenziale, premessa indispensabile alla comunione dell’aula — il fonte battesimale, il leggio, la penitenzieria e la sagrestia; il secondo rappresenta la parte dell’aula dove la comunione dei fedeli è iniziata.

Nulla deve essere lasciato al caso e ogni scelta compositiva e materica è espressione funzionale alla conoscenza, alla comunicazione, alla comunione. La luce naturale dinamica e multi direzionale sarà la chiave di lettura dei differenti spazi, la grammatica della complessità liturgica.

La connotazione minimalista, architettonica e iconografica, della chiesa sarà resa evidente dalla semplice geometria e dalla qualità dei materiali oltre che da un complesso iconografico aniconico se non addirittura ermetico, demandando a un forte simbolismo ogni riferimento all’Altrove, nonché al titolo di dedicazione. L’architettura sarà soprattutto fatta di luce: i vuoti prevarranno sui pieni mediante una rigorosa geometria derivata dalla sezione aurea applicata nelle tre direzioni. Il controllo della luce naturale garantirà, mediante la sua continua trasformazione dinamica, la necessaria energia che dovrà saturare l’architettura in ogni momento della giornata.

La luce zenitale, modulata sui diversi spazi liturgici, garantisce l’apporto luminoso naturale senza l’utilizzo diurno di fonti artificiali oltre a guidare la lettura ed enfatizzare anche in modo drammatico l’architettura minimalista dell’aula. (“nella tua luce Signore vediamo la luce” Salmo 36). L’illuminazione zenitale inoltre, definita su orientamenti adeguati, contribuisce alla configurazione di edificio passivo a grande risparmio energetico.

La chiesa del Corpus Domini a Siena

In questi giorni stiamo ultimando la ristrutturazione della chiesa del Corpus Domini a Siena nel quartiere di San Miniato progettato da Giancarlo de Carlo che aveva proposto la nuova chiesa parrocchiale come una porta verso il nascente quartiere residenziale. Il complesso parrocchiale, costituito dalla chiesa, dalla sagrestia, dalla cappella feriale e dalla canonica è stato firmato nel 1994 dall’architetto Augusto Mazzini. La chiesa da circa 15 anni è chiusa al pubblico per cedimenti strutturali e instabilità statica della copertura.

Il sagrato e l’ingresso della chiesa allo stato di fatto.

Il mio studio assieme all’ingegnere Massimo Caola si è occupato del restauro conservativo e io in particolare mi sono occupato dell’adeguamento liturgico degli arredi sacri. I lavori sono stati finanziati dalla Conferenza Episcopale Italiana. Si è trattato forse del primo restauro di una chiesa moderna e di così recente fabbrica e ne è venuto fuori un caso studio di particolare interesse anche per il contradditorio innescatosi a cavallo delle due commissioni CEI la prima, diretta da monsignor Giuseppe Russo e la seconda di nuova nomina presieduta da don Valerio Pennasso.

L’impianto della chiesa è basato su una maglia di 9×9 m, che all’interno della cripta si legge chiaramente nell’orditura dei quattro pilastri e nella composizione delle nove cupole ribassate. Nell’aula invece non esistono pilastri intermedi, ma solo pilastrature perimetrali. Su questi particolari pilastri, staccati dalle pareti, si appoggiano le grandi travature reticolari in legno, 27 metri di luce, che incidono lo spazio alludendo a tre navate. Al di sopra del presbiterio è presente un pozzo di luce.

La torre campanaria e il nartece, in forma di baldacchino, sono distinti dal corpo della chiesa e disposti sulla piazza-sagrato. Spoglia di simboli, la chiesa si presenta come un parallelepipedo dalla conformazione massiva e simbolica affidando all’essenziale campanile la segnalazione della propria presenza.

L’intento del nostro progetto, che riconosce all’intero complesso non solo il valore architettonico ma anche la strategica posizione e il ruolo urbano che il complesso parrocchiale deve assolutamente svolgere nel quartiere residenziale di San Miniato, è quello di reinserire il complesso parrocchiale sulla scena urbana trasformandolo da contenitore vuoto e inutilizzato a un punto di riferimento per i fedeli e ridonando alla chiesa la percezione visiva della sacralità dell’edificio.

Lo spazio centrale dell’aula, allo stato di fatto.

Approfittando del rifacimento completo della copertura si è cercato un miglior uso della luce zenitale, ma soprattutto si è puntato al complessivo ridisegno degli arredi e dell’impianto liturgico mediante il coinvolgimento di due importanti artisti contemporanei che con le loro opere d’arte, armonizzate con i rapporti architettonici, daranno riconoscibilità al “tempio”.

Allo scultore Giancarlo Defendi è stata affidata la realizzazione dell’altare, dell’ambone e del fonte battesimale ricollocato all’ingresso della chiesa, mentre al pittore Gianriccardo Piccoli sono state affidate le due grandi tele laterali all’altare ad aumentare la profondità delle due navate laterali

Modello dell’altare, opera di Giancarlo De Fendi .

Il progetto prevede una semplificazione attraverso la quale l’architettura ritrova la potenza spirituale della sua conformazione come volume elementare per recuperare quella particolare emozione del sacro che può suscitare solo il silenzio della geometria, della pulizia delle linee e delle superfici.

L’arte del progettare. Il crocifisso come punto di fuga dello spazio della chiesa.

Poter vivere la fede anche attraverso la commozione suscitata dall’architettura diventa per la chiesa del Corpus Domini necessità fondamentale per recuperare quel percorso di fede che inizia dal sagrato-piazza antistante l’ingresso e prosegue all’interno dell’aula scandito in successione dai poli liturgici: fonte battesimale, confessionale, immagine mariana, ambone, altare, tabernacolo e crocifisso. Fasci di luce guidano inesorabilmente questo percorso ascetico verso la croce che risulta il punto di fuga verso il quale guardare.

Rendering del progetto di risistemazione dello spazio liturgico.

Il fonte battesimale, ricollocato vicino all’ingresso della chiesa per fare memoria del sacramento attraverso il quale si entra a far parte di essa e a simboleggiare il primo luogo simbolico del percorso ascetico che il fedele deve compiere, è costituito da un basamento rotondo in bronzo in bassorilievo, incastonato nella pavimentazione esistente in calcestruzzo, dal quale sembra nascere una ramificazione che sostiene la vasca, una semisfera concava anch’essa in bronzo, ma lucidato.

L’ambone è stato collocato in posizione avanzata rispetto all’altare, al livello del piano di calpestio dell’aula liturgica. La collocazione dell’ambone, dal quale viene letta la Liturgia della Parola, è stata modificata e posta in una posizione più avanzata poiché questo deve essere il punto di collegamento e di unione fra i fedeli e ciò che accade sul presbiterio durante la funzione liturgica. Posto su un basamento in bronzo in bassorilievo costituito da due gradini, l’ambone è collocato in una posizione rialzata rispetto alla quota di calpestio dell’aula. Il sacerdote si trova come avvolto dalla materia che dalle forme scabre e corrose dell’appoggio a terra, tende, salendo, a concretizzarsi in spigoli vivi e forme geometriche perfette sulle quali verrà posto il Lezionario.

Il tabernacolo, anch’esso in bronzo, è stato collocato nella navata laterale sinistra, incastonato in una delle due opere pittoriche di Gianriccardo Piccoli.

Le pitture di Gianriccardo Piccoli nella navata destra.

L’altare posto in una posizione sopraelevata come l’ambone, poggia su un basamento in bronzo in bassorilievo sul quale il celebrante deve salire per accedervi. Come l’ambone, l’altare è costituito da un blocco in calcestruzzo che, nello stesso modo, si trasforma salendo da terra in geometrie lisce e perfette. La forma semplice, ma massiva, e le dimensioni dell’altare sono state definite con il fine di focalizzare lo sguardo dei fedeli verso un punto preciso durante le celebrazioni liturgiche.

Sopra l’altare verrà collocato un lucernario bianco di forma cilindrica ribassato rispetto all’originale fino alla quota di 5,90mt dal pavimento (l’altezza del crocifisso) in grado di rovesciare la luce naturale esterna sull’altare creando un inaspettato effetto drammatico sul celebrante. La sede è in legno massello dalle forme semplici e lineari.

La semplicità delle forme, delle linee e dei materiali risulta una scelta obbligata per dare enfasi e importanza al crocifisso ligneo che risulta il punto di fuga verso il quale guardare quando non vengono svolte le funzioni liturgiche.

All’illuminazione naturale e artificiale è stato dedicato un attento studio illuminotecnico in grado, attraverso prese di luce solo zenitali, di aumentare la verticalità del tempio. Così ai lucernari in copertura è affidato l’illuminamento diurno mentre la sorgente luminosa artificiale è collocata in tre fessure al centro di ciascuna navata mediante apparecchi a basso consumo in grado di spostare l’illuminamento al di sotto dell’intradosso delle travi reticolari restituendo con vigore una lettura più immediata della composizione in tre navate dell’aula liturgica.

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Edoardo Milesi
Architetto, fonda nel 1979 lo studio Archos orientandosi da subito, attraverso la partecipazione a concorsi di progettazione, verso un costruire fortemente connotato da dettami ecologicamente regolati nell’ambito di una lettura “forte” della realtà. Nel 2008 fonda con un gruppo di artisti e architetti la rivista “ARTAPP” della quale è Direttore. Dal giugno 2009 è presidente del Comitato culturale della Fondazione Bertarelli. Nel 2012 fonda l’Associazione culturale Scuola Permanente dell’Abitare.

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