Capitolo 11

Il luogo destinato al culto è dove risiedono l’identità di un popolo, la sua storia, le sue tradizioni, il suo orgoglio. Storia e memoria sono la sostanza dell’identità di una comunità.

Prima del ‘400 era il popolo a chiedere e a costruire le proprie chiese, evidentemente ne aveva bisogno o aveva il tempo per farle, per viverle e mantenerle vive. Il cantiere era occasione di lavoro, di apprendimento e di conoscenza di culture e arti diverse. La partecipazione del territorio coinvolto assolutamente totale.

A Osimo, nella campagna marchigiana una piccola chiesa templare in mattone col campanile a vela; sulle pendici del Monte Amiata poco più di una cappella posta sul crocevia tra Montelaterone e Arcidosso; in Valle Gandino, a Peia, una piccola chiesa con foresteria posta lungo la strada della lana che da Gandino in provincia di Bergamo porta diretta in Belgio dove i mercanti portavano i loro feltri.

Tre multi centenari luoghi di culto che la Chiesa decide di alienare, ma talmente densi di storia e radicati nella coscienza dei loro fedeli che le piccole comunità locali decidono e faranno di tutto per conservarli.

Chiesa di San Filippo de’ Plano, a Osimo (AN)

La chiesa di San Filippo si dice ricostruita nel ‘700 su un’identica chiesa templare. È del tipo a pianta rettangolare costituita da un corpo di fabbrica ad aula unica con campaniletto e con accostato il corpo secondario della sacrestia. Questa è integrata al corpo principale dall’elemento architettonicamente unificante costituito da un semplice cornicione modanato. È dotata di copertura a doppio spiovente, sorretto da un semplice sistema a tre capriate.

Chiesa di San Filippo de’ Plano, a Osimo – stato precedente all’intervento

I prospetti corti sono contenuti e scanditi da paraste angolari, mentre da semplici paraste lineari quelli lunghi. La chiesa non è dotata di abside. L’ambiente costituente la sacrestia è stato ripartito in due più piccoli e ridotto in altezza con orizzontamento su travetti lignei. L’orientamento dell’asse longitudinale della chiesa è circa sud-nord. Si accede all’aula principale da due porte, la principale sul fronte sud della facciata rivolta a valle, e da quella posta sul fronte ovest, più usata. La scatola muraria, semplice e continua, è costituita da muratura a sacco con paramenti in laterizi posti su corsi regolari e a giunti verticali sfalsati, com’è nella tradizione costruttiva più semplice e diffusa; solo due finestre alte illuminano la parte presbiteriale.

Tuttavia la chiesa di San Filippo rappresenta per i residenti agricoltori molto di più: la chiesa è affidata a 4 campanari affinché in caso di tempesta ce ne sia sempre uno disponibile a suonare le campane a martello. Si dice che questo allontani la furia della natura dai campi coltivati limitrofi. Ma, soprattutto, la sua energia eterica è particolarmente evidente dentro le mura della chiesa, potendo spiegare il curioso fenomeno di sollievo dai dolori riferito dalla quasi totalità dei visitatori abituali. La chiesa fungeva, e per qualcuno ancora oggi, da piccolo ospedale primitivo per i fedeli che, entrati per la preghiera, uscivano gratificati dal sollievo curativo.

Chiesa della Beata Vergine Maria del Carmine e di Santa Lucia detta delle Schiacciaie (GR)

La chiesa risulta essere una costruzione di modeste dimensioni a unica navata e pianta rettangolare. La struttura che in origine consisteva in una semplice edicola, piccolo edificio dell’espressione della religiosità popolare, risale al 1300. Le caratteristiche architettoniche delle edicole erano estremamente semplici: una grossa muratura a filaretto coperta a capanna con una rientranza ad arco in facciata al cui interno veniva di solito affrescata l’immagine della Madonna

Chiesa della Beata Vergine Maria del Carmine e di Santa Lucia detta delle Schiacciaie

L’importanza del sito delle Schiacciaie determinò, nel tardo Trecento o forse nel Quattrocento, l’evoluzione della semplice edicola in un vero e proprio edificio: il tabernacolo fu, infatti, coperto con una volta in pietra poggiante su due muri laterali mentre il retro fu tamponato. Il fronte del locale fu invece lasciato aperto in modo che le persone potessero ripararsi all’interno in qualsiasi momento. Il successivo ampliamento seicentesco consiste nella costruzione dell’aula liturgica di quella che sarebbe stata la chiesa dedicata alla Beata Vergine del Carmine, all’interno della quale fu posto un piccolo altare dedicato a santa Lucia sulla parete sinistra. Al suo interno sono presenti alcuni affreschi preziosi dell’epoca, la cui incolumità è messa a rischio dal logorio degli anni: in particolare una Madonna col Bambino e Santi sopra l’altare, una Annunciazione e altre figure di Santi nelle pareti laterali. Suggestiva ed enigmatica è la Trinità rappresentata sulla volta da una rara figura umana con tre teste.

Chiesa della Beata Vergine Maria del Carmine e di Santa Lucia detta delle Schiacciaie, vista interna.

Chiesa di Santa Maria Elisabetta di Peia (BG)

La chiesa di Santa Maria Elisabetta fu edificata nel 1574 al posto della tribulina dedicata alla stessa Santa.

La sua storia è particolarmente significativa nella cultura identitaria della Val Gandino essendo posta sul percorso della via della lana che dalla valle portava i locali prodotti tessili, soprattutto della lavorazione della lana, verso i mercati europei. I mercanti, alla loro partenza solevano offrire a santa Elisabetta, protettrice dei pellegrini, un obolo propiziatorio e al ritorno una somma di denaro a ringraziamento della merce venduta. Fu proprio questa usanza a dare fama e ricchezza alla pieve.

In fasi successive alla chiesa si aggiungono la sagrestia e quindi una foresteria per pellegrini che divenne negli ultimi anni del suo utilizzo la casa del custode

Chiesa di Santa Elisabetta, Peia (Bg)
Chiesa Santa Elisabetta, Peia, via della lana

La diocesi di Bergamo ha deciso di alienare l’edificio di culto da tempo inutilizzato, riconducendolo all’uso laico, tuttavia l’attuale parroco don Alberto, anche in considerazione della non facile valutazione del bene, in grave stato di conservazione, preferirebbe individuarne una funzione utile alla collettività consona alla sua storia.

Il ruolo dell’architetto

Per progettare la conservazione di queste energie sottili occorre essere consapevoli che la chiesa conserva la sua anima, la sua continuità, fino a quando la comunità che la abita si riconosce come erede di se stessa. Il ruolo dell’architetto è a questo punto, quello di farsi medium tra il luogo, la sua storia e la gente che lo ha abitato, lo abita e lo abiterà. L’architetto deve possedere capacità di dialogo nel rendere i suoi committenti consapevoli dei contenuti progettuali, dei processi che l’opera deve innescare, trasferire o restituire a chi la frequenta. Ottenere tutto ciò significa analizzare e conoscere il contesto in cui si deve operare affinché il dialogo parta proprio dalla consapevolezza della necessità di quel luogo, di quel programma per il territorio che lo ospita e che da questo dovrà trarre nuovi processi di crescita. Il marchio di “autenticità” infatti, non spetta alla materialità dell’opera, ma piuttosto alla sua verità formale, potremmo dire alla sua verità funzionale.

Le chiese di San Filippo e delle Schiacciaie sono state riportate al culto grazie all’intervento di privati, il nostro è stato un lavoro conservativo attento a ogni dettaglio nel quale abbiamo coinvolto non solo l’ingegnere strutturista, ma anche muratori e carpentieri che hanno avuto cura di applicare modi equilibrati, misure corrette e materiali identici a quelli della fabbrica originaria.

Chiesa di San Filippo de’ Plano, a Osimo – dopo l’intervento

Il flusso vitale che percorre la realtà materiale, spirituale e cosmica non era nota solo alle tecniche di costruzione orientali. La particolare disposizione delle stanze, dei muri divisori, di porte e finestre per eliminare le influenze negative, la scelta accurata del sito e il corretto orientamento dell’edificio in tutte le culture facevano parte delle attenzioni a cui ogni alterazione antropica all’ambiente circostante doveva sottoporsi. Si scopre così che l’origine prima delle costanti culturali che presiedevano alle scelte abitative mirate a utilizzare il contributo energetico del sole e degli altri elementi naturali, al fine di ottenere un beneficio fisico per gli abitanti, non è filosofica o letteraria, ma consegue dall’osservazione di una realtà determinata e concreta.

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