«Per meditare e pregare occorre una piccola casa e intorno terra a perdita d’occhio»: con queste parole di Santa Teresa d’Avila aprivo 5 anni fa la mia presentazione per il progetto della chiesa per il Monastero dell’Incarnazione della Comunità monastica di Siloe a Poggi del Sasso, Cinigiano (GR).

Vista aerea del complesso, come risulterà dopo l’aggiunta della chiesa (il cui volume è quello con copertura ad andamento ascendente sulla sinistra nell’immagine).

Quando nel 1999 abbiamo progettato il monastero, ho scelto assieme ai monaci di disegnare, all’interno dell’impianto complessivo, solo l’ingombro della nuova chiesa processionale rimandandone ogni definizione formale a monastero abitato e concluso.

Il Monastero di Siloe come appare ora, e la comunità dei monaci.

Siloe è una comunità ospitante di monaci che si inserisce nel solco della tradizione benedettina. Oltre ai membri stabili, sono spesso ospiti persone che trascorrono in monastero periodi più o meno lunghi, condividendo la vita della Comunità.

Il progetto architettonico per la Comunità di Siloe — ne abbiamo parlato nel secondo capitolo di questa rubrica – si ispira alle suggestioni dell’architettura cistercense. È attraverso la geometria che l’architettura medievale esprime la propria arte. Le sue forme furono imitazioni di archetipi che richiamano al principio dell’universo.

La progettazione complessiva ha puntato a un inserimento il più discreto possibile nel contesto naturale. Per questo motivo l’intervento si presenta unitario, occupando la parte più pianeggiante del terreno. Le murature perimetrali esterne sono per lo più in pietra locale a vista. Le parti in legno, sia degli infissi, sia dei rivestimenti di facciata sono stati lasciati al naturale. La pianta quadrata, originata dal chiostro centrale che ha il forte significato previsto dalla regola benedettina, è funzionale a una distribuzione degli spazi organizzata sulla vita della Comunità. La compattezza e la linearità del monastero è bilanciata da una voluta discontinuità delle linee, dettata anche dai dislivelli del terreno. I materiali sono soprattutto legno grezzo, pietra e intonaco in calce.

La Comunità cistercense si avvicina alla cappella, luogo usato per le celebrazioni in attesa della costruzione della chiesa.

La nuova chiesa monastica — sostituita momentaneamente dalla cappella del pellegrino esterna all’impianto e ricavata nell’unico fabbricato esistente sull’altopiano — è, nel progetto iniziale, posta sull’asse est-ovest, con abside all’alba e nartece al tramonto, a concludere a nord il chiostro centrale. Tutte le abbazie cistercensi sono orientate verso la luce, verso oriente. Per volere di san Bernardo nelle chiese le pareti dovevano indurre nel modo più semplice e con la maggiore immediatezza al pensiero della luce.

Il Monastero di Siloe è ormai un punto di riferimento per tutta la Maremma, e non solo. Numerosi sono gli amici e i pellegrini che vi fanno visita, da varie parti d’Italia e dall’estero e sempre più la gente chiede quando verrà costruita la chiesa. Così da qualche anno ne parlo coi monaci e, com’è stato per il monastero, ne discutiamo anche animatamente.

Discussione del progetto

La loro idea formale di chiesa non coincide quasi mai con quello che mi dicono rispetto alla contemplazione e alla quiete. I loro riferimenti fisici sono nelle chiese parrocchiali nelle quali officiano quotidianamente, ma non riescono a ricondurre il loro disagio a uno spazio diverso. La loro determinazione nel richiedere una necessaria ritualità non riesce a concretizzarsi in un diverso modo di abitare lo spazio.

Spiego loro che la nuova chiesa del monastero è parte fondante di un percorso verso l’interno in grado di organizzare anche quanto sta fuori. Lo spazio sarà per questo delimitato dal prolungamento dello stesso recinto in pietra. Ne sono interessati solo fino a un certo punto. Mi chiedono tanta luce per leggere i testi senza difficoltà. Insistono sulla posizione del coro da porre tra i fedeli e l’altare. Sui confessionali, anche se da sempre li sento parlare di percorsi di fede accompagnati, più che di sacramenti da impartire. E poi ci scontriamo sul fonte battesimale che a loro non interessa perché questa non è chiesa parrocchiale, anche se per il loro nome si sono ispirati alle piscine di Siloe e l’acqua purificatrice è il filo rosso della loro comunicazione.

E allora elaboro un progetto che tiene conto di come li conosco e di quello di cui hanno bisogno più che di quello che mi chiedono, di quello che mi hanno detto in questi anni, della loro formazione a Casamari (uno dei monasteri cistercensi italiani più belli e completi), delle sensazioni e dei sogni che credo di aver metabolizzato frequentandoli.

 

Pianta della chiesa di San Nicola a Ortona. Esempio tipico di pianta basilicale a croce latina.
Prospetto ovest.

Inizio spiegando che la forma non è indifferente al rito, che quella forma ne completa un’altra, che l’architettura utilizza la luce come materia. Che affinché gli unici ornamenti siano la luce, il canto e la musica ho appreso dalle cattedrali cistercensi che la linea retta deve regnare sulle pareti della navata e la curva sulla volta. Che ho in mente la chiesa come un lento processo di interiorizzazione che deve avvenire attraverso una narrazione spaziale di prospettive che si susseguono in raffinati mutamenti ritmici. Il tutto in un trionfo di luce e di prospettive, risolti con semplicità, senza monumentalismi, in un’atmosfera di intima spiritualità e di connessione con la natura intorno.

Chiesa di Siloe, schizzo. La linea retta deve regnare sulle pareti della navata e la curva sulla volta

Non sono affatto convinti, chiedo che mi venga affiancato un liturgista, scelgono don Roberto Tagliaferri.

Il progetto della chiesa

Con don Tagliaferri, affascinante teologo oltre che liturgista, mi ero già incontrato a Castelfranco Veneto nel settembre del 2014 dove eravamo entrambi relatori. Tema: i luoghi di culto. Ricordo che ci siamo anche un po’ presi sul tema dell’iconografia nelle chiese. Rincontrarlo su un progetto specifico e concreto mi ha arricchito.

Il progetto che presento assieme a don Roberto Tagliaferri venerdì 19 ottobre a Grosseto durante la Settimana della Bellezza del 2018, in un convegno organizzato dalla Diocesi di Grosseto con la Fondazione Crocevia, non è molto diverso da quello che mostrai ai monaci cinque anni fa: uno spazio inserito mediante rapporti aurei nell’impianto monastico e collegato a questo da percorsi interni per i monaci e i loro ospiti, e da vedute e coni ottici, controllati dal percorso della luce naturale, per fedeli e visitatori.

Sezione del rendering di progetto.

La copertura, una vela in zinco-titanio a falda unica, è sostenuta da una doppia fila di sottili colonne in legno binate e inclinate come puntoni che con la loro altezza crescente, dall’ingresso all’abside, enfatizzano la forte impennata del tetto verso il cielo resa ancor più drammatica per il visitatore che procede dall’entrata con il suolo in leggera discesa verso l’altare. Il mantello tuttavia non arriva a terra lasciando una continuità tra il pavimento interno alla chiesa i piani di campagna esterni a nord e il chiostro, il simbolo dell’intimità con il divino, il centro cosmico in rapporto diretto con i tre livelli dell’universo.

Il taglio verticale della parete di fondo dell’abside forma, con una seconda fessura di pari dimensioni posta in copertura sopra e ortogonale alla prima, una croce di luce visibile solo dall’interno. Fuori, inserita nella stessa fessura verticale, la croce di legno.

La porta d’accesso, spessa 30 centimetri, è larga come tutta la navata centrale e alta quanto il nartece. Ruota su sé stessa e si apre a bilico verticale. Il bilico decentrato permette ai monaci l’ingresso in processione esattamente sull’asse centrale della chiesa.

Vista interna della chiesa, rendering del progetto, vista verso l’altare.

Un’illuminazione costante, neutra, senza ombre e riflessi inonda la chiesa dal basso lungo le navate laterali e una luce dinamica, solare, in continuo movimento traccia tutto il percorso del sole lungo le pareti della chiesa tenendo come fuoco principale l’altare.

Vista interna dall’altare (rendering).

Sarà una luce come quella di una foresta in grado di filtrare i raggi del sole e di modificarsi nel tempo attraverso l’accumulo di sostanze organiche e l’ossidazione dei materiali (vetro, metallo, legno). Una specie di intreccio di rami che formano un tessuto strutturale autoportante fatto da travi reticolari e di cannicciati orientati in modo solo apparentemente casuale. È la reinterpretazione in chiave contemporanea del soffitto. Il soffitto nelle chiese antiche è tutto: è la narrazione, il cielo, il miracolo. A Siloe non possiamo permetterci un soffitto a imitazione del cielo e quindi portiamo dentro il cielo con tutto il suo corredo di luci, ombre, uccelli, foglie, suoni…

Vista esterna della nuova chiesa (rendering).

 

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Edoardo Milesi
Architetto, fonda nel 1979 lo studio Archos orientandosi da subito, attraverso la partecipazione a concorsi di progettazione, verso un costruire fortemente connotato da dettami ecologicamente regolati nell’ambito di una lettura “forte” della realtà. Nel 2008 fonda con un gruppo di artisti e architetti la rivista “ARTAPP” della quale è Direttore. Dal giugno 2009 è presidente del Comitato culturale della Fondazione Bertarelli. Nel 2012 fonda l’Associazione culturale Scuola Permanente dell’Abitare.

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